Testo critico mostra A Pelle

“Rosa Maria Giorgi è giovane. Ed è un’artista. Sottovoce, ma con una determinazione lucida che non accetta sconti, cerca risposte alle Domande che affondano nel mistero dell’assoluto.

E’ ancora possibile la pittura, oggi? L’arte può dare voce all’indicibile? Può ancora ricreare la meravigliosa illusione di durevolezza che proviamo guardando i segni che i cacciatori di Lascaux hanno tracciato sulle pareti delle caverne?

Il raffinato percorso di Rosa Maria muove da Wittgenstein e da Adorno, passando attraverso Bataille e alla dolorosa intensità di Ingeborg Bachmann (per citare solo alcuni dei grandi che interroga con avidità e rispetto). Il demone di Rosa Maria è però la pittura, la sua sfida passa, inevitabilmente, dal confronto con la parola, ma è con le immagini che mette completamente in gioco se stessa, con la generosità senza difese non della sua età, ma di chi, alla sua età, pone l’onestà davanti ad ogni altra cosa.

Il genere che privilegia è il ritratto, cioè il confronto con l’altro, l’interesse più intimo per l’altro. L’altro: l’eterna illusione del rispecchiamento, della conoscenza, del mistero vicino a svelarsi e che può rivelarci a noi stessi. “Tu mi guardi mentre io ti guardo dentro/ e se ti guardo dentro mi vedo”, scriveva Antonio Porta.

Rosa Maria afferma che il ritratto le consente “un confronto diretto con le emozioni” e se, nelle sue parole, c’è forse una struggente ingenuità, è pur vero che le sue pennellate rapide, brevi, giustapposte, “tasselli di colore”, le cromie fredde degli sfondi che bucano la bidimensionalità del dipinto, creando i volumi, indagano il soggetto con precisione chirurgica: non è soltanto Lucian Freud, il pittore al quale ha dedicato la sua tesi di laurea, a farlo.

Uno schizzo, una fotografia sono i rapidi appunti che poi vengono rielaborati. L’attenzione si fissa sulla pelle, fragile schermo tra noi ed il mondo esterno, tavolozza che racconta la nostra storia. I modelli, composti e silenziosi, si offrono allo sguardo e suggeriscono vissuti dolenti, portati con estrema dignità, o fissano istanti di intensa concentrazione.

Talvolta, però, l’analisi meticolosa della pelle mette a fuoco soltanto un dettaglio e dimentica volti e sguardi. Sono allora le mani, splendide sineddochi, a parlare, a raccontare storie e la loro forza di suggestione è tale che non si può non andare con la memoria alle Madonne della tradizione rinascimentale che, in gloria, prefigurano già l’inesorabile sacrificio del Cristo bambino al quale non possono sottrarsi: hanno detto di sì, sanno, aspettano e ci sono.

Il lavoro di Rosa Maria Giorgi è dunque una suggestiva sintesi tra la tradizione e la contemporaneità e pone le basi per una ricerca destinata a proseguire e, ne sono certa, a sorprenderci ancora a lungo.”

Prof.ssa Paola Saiani

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